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Gianpaolo Gri - Il secondo nome

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Giù a spiegargli che bisogna far così per sicurezza, che da clandestini meno gli altri sanno di te e meglio è, che la resistenza esige una doppia vita. «Datti un altro nome».
Intuisce anche ragioni più profonde, sentendo che sta per entrare nella compagnia di chi si è dato il secondo nome, banditi e corsari, monaci e suore, puttane e convertiti. Il nome vero è questo nuovo che stai per scegliere, non quello che ti hanno dato gli altri.
Una notte per pensare. Nelle orecchie la predica del suo prete, qualche domenica prima quando aveva letto il vangelo del monte Tabor e aveva cercato di spiegare perché Gesù si era scelto come compagni di trasfigurazione Elia e Mosè. «Mosè», dice la mattina dopo al comandante e agli altri, vicino al fuoco, «Mi chiamerò Mosè». «Addirittura!», ridono Lupo, Andrea e Veleno. Ma non è per mania di grandezza. Gli è piaciuta la storia di quell’ebreo, abbandonato e ritrovato, schiavo e adottato da una principessa, oppresso e oppressore, ufficiale e burocrate e poi bandito e pastore nel deserto. Una vita simile alla propria, tutta un’altalena, senza capire chi veramente si è. Anche il senso di indignazione impotente, di fronte all’ingiustizia. Anche il momento della svolta, per cui quel Mosè («E io?») non si sentiva né pronto né tagliato. La storia di una responsabilità calata addosso di forza, un ruolo che non avrebbe mai voluto assumere. Non saper parlare e dover convincere, avere paura e doverla nascondere, avere dubbi e dover trasmettere la certezza di un lieto fine. Sono così i liberatori? Costretti a cambiar vita da qualcuno più forte di loro che li scuote e li butta loro malgrado nella mischia, obbligati a caricarsi il peso dello scoraggiamento e della vigliaccheria altrui, oltre a quello della propria insicurezza, a farsi attori della compassione divina per un popolo travolto dalla violenza e rassegnato?
Non ha saputo chi veramente era, finché non ha trovato questo suo secondo nome; ora lo sente nome giusto. Dopo qualche settimana di «Mosè, Mosè!», lassù in montagna, ecco la sensazione che non è stato lui a scegliere, ma è stato quel secondo nome a scegliere lui. Come un innesto, dopo il quale l’asprigno del frutto immangiabile si fa polposo e dolce. Con chiarezza ora capisce che il mondo è sì sempre nuovo, ma nello stesso tempo è una replica e una conferma; quanto avviene è già avvenuto, ogni persona è già stata e tornerà. Ora sa che cosa significhi mettersi nella linea di un capostipite, sa che occorre capire chi si è già stati e che discendente si vuol essere. Ora si sente all’altezza della situazione, capace di prove superiori alle sue forze.
Resiste perché altri hanno già resistito; e perché ha finalmente capito il segreto dei secondi nomi e ha accettato di essere anello di catena, sente che in forza della sua resistenza nuova gente dopo di lui resisterà.